Friday 5 May 2012

Vivere meglio grazie alla Chimica

Kery Mullis - Premio Nobel per la chimica
Kery Mullis - Premio Nobel per la chimica
Kary Mullis - Ballando nudi nel campo della mente

Vivere meglio grazie alla Chimica

Ho cominciato a fare uso di droghe fin da bambino. Era mia madre a darmele: mi fece iniziare con i barbiturici. Vi ricordate il film "La cosa"? Con quella gente intrappolata al Polo insieme a una creatura mostruosa e invisibile, e mio fratello Robert sui pavimento, dietro ai sedili che mi chiedeva cosa stesse succedendo. E Assalto alla Terra? Formiche giganti che viaggiavano dal Nevada a New York. E poi sarebbe scesa la notte. Robert si sarebbe addormentato profondamente.

Lui aveva solo sentito parlare di formiche giganti nascoste nelle fogne, con il veleno che gocciolava da pungiglioni lunghi mezzo metro. Io me le vedevo ancora davanti, e mia madre mi dava il fenobarbital. Sia lei che i suoi medici lo consideravano un modo logico per superare una notte di insonni ma è stato rimpiazzato molto tempo fa da prodotti più costosi, come il Valium.

Ogni tanto, mia madre mi dava della codeina come antidolorifico; quando avevo il raffreddore, mi comprava un inalatore per benzedrina: dentro all’apparecchio c’era un pezzettino di cotone che veniva saturato di amfetamina. Era un tubetto di plastica biancastra che costava 39 centesimi, ed entrava comodamente nella mia tasca. Potevo sedermi di fronte alla signora Coleman, la mia insegnante di prima elementare, e sniffare tranquillamente. Dava sollievo quando avevi il naso intasato, e ti tirava su se il raffreddore cercava di buttarti giù. Se oggi gli studenti di prima decidessero di fare una cosa del genere, non arriverebbero mai a vedere le glorie della seconda classe.
Quando avevo la tosse, o la diarrea, mi davano il paregorico, una soluzione alcolica di oppio al 10 per cento: cura la diarrea, e la tosse, e se ti senti maiale ti fa stare molto meglio.

Nessuno aveva avvertito mia madre che stava facendo una cosa sbagliata. Si limitava a darmi le medicine che le brave mamme davano ai figli da sempre, medicine che si potevano comprare in farmacia. Finalmente tutte queste meraviglie vennero messe fuorilegge. Mi riesce difficile capire perché un farmaco come il paregorico, uno dei prodotti più utili di tutta la farmacopea, debba essere stato improvvisamente considerato pericoloso e messo fuorilegge, ma nessuno sembrava farci caso, e nemmeno mia madre si lamentò.

Il Kansas fu l’ultimo Stato a metterlo fuorilegge, nel 1976. E lì che vivevo allora, e lavoravo con Kichard Zakheim, un cardiologo pediatra. Dovevo andare in vacanza in Messico, e Dick mi scrisse - non si sa mai - una ricetta per il paregorico. Chi sa, forse fu proprio quella l’ultima confezione venduta.
L’estate dopo il mio primo anno al Georgia Tech - eravamo nel 1962 - stavo lavorando con Al Montgomery nel nostro laboratorio: cercavamo di purificare una soluzione di acido para-fenil benzoico in benzolo. Quella roba valeva circa 40 dollari al grammo, e ne avevo preparati quasi cinquanta grammi. Mentre stavo facendo bollire il benzolo su un piatto riscaldato, la soluzione prese fuoco schizzandomi sulla mano. Mi ci avvolsi intorno la camicia e insieme ad Al ci precipitammo verso l’ospedale, un tragitto di 20 miglia da percorrere in un’ora di punta. Facemmo passare la vecchia Chevrolet blu del ‘53 sui marciapiedi, bruciammo semafori, facemmo cose che in qualsiasi altro momento ci avrebbero garantito una scorta della polizia. Ma non avemmo tanta fortuna. Ci precipitammo nel Pronto Soccorso dell’Ospedale Battista, e aspettai un’ora e mezzo, con la mano infilata in una ciotola di alluminio piena di soluzione sterile intiepidita, mentre cercavano di rintracciare un dottore. Molti medici si avvicinarono pigramente alla porta. Finalmente arrivò un chirurgo, e mi somministrò un antidolorifico. L’attimo prima mi sentivo come se stessi tenendo in mano dei carboni ardenti, poi la morfina scese lungo il mio braccio. Fu la sensazione più gradevole che avessi mai provato. Riuscivo ancora a sentire qualcosa, ma non si trattava di dolore: somigliava più a un gradevole pizzicore. Alcuni dei miei amici al Georgia Tech prendevano amfetamine. Stare svegli tutta la notte per preparare gli esami faceva parte della tradizione e nessuno pensava che si trattasse di «droghe»: l’associazione studentesca del Sigma Chi le comprava dalla vigilatrice. Questi prodotti potevano essere prescritti per controllare il peso corporeo, e lei era opportunamente sovrappeso. Nessuno si sarebbe sognato di definirla uno spacciatore: eravamo negli anni Sessanta. Al Georgia Tech avevo moglie, e una figlia piccola. Portavo i capelli corti, e dedicavo tutto il mio tempo allo studio L’ultimo anno ebbi voti eccellenti. Studiavo matematica, fisica e chimica a un punto tale che non avrei più dovuto studiarle per tutto il resto della mia vita. E tutto quello che sapevo sulle droghe era quello che avevo letto in riviste come «Time» e «Life». Imparai così che la marijuana era una droga pericolosa, che creava dipendenza e che avrei fatto bene a starne lontano. Ma imparai anche che l’LSD era una sostanza miracolosa che avrebbe permesso agli scienziati di capire il funzionamento del cervello, avrebbe potuto curare l’alcolismo, e forse, tra l’altro, sarebbe riuscita a evitare la terza guerra mondiale. Gli psichiatri la prescrivevano ai loro pazienti. Nel 1966 l’LSD non era ancora stata messa fuorilegge. Persone note, dalla reputazione ineccepibile, ammettevano di averla sperimentata. La famiglia Luce, gli editori di «Time» e «Life», fu così colpita dal potenziale scientifico dell’LSD da finanziare le ricerche del professor Timothy Leary, dell’Università di Harvard.

Una persona che amava giocare con le sostanze chimiche come me non poteva fare a meno di essere incuriosita dall’LSD. Mi affascinava l’idea che esistessero sostanze in grado di trasformare la mente e di aprire nuove finestre di percezione. Mi consideravo uno studioso serio: all’epoca tutto ciò era ancora molto accademico e legale. L’LSD non aveva un’immagine così eclatante e la gente non le attribuiva ancora i problemi dei propri figli. Gli hippies avevano appena cominciato a distinguersi dai beatniks, e apparentemente la differenza consisteva nel fatto che gli hippies avevano meno anni e più capelli. E che rimanevano al college.