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Addormentarsi in classe può essere una malattia. Una malattia rara. O forse no perché in realtà misconosciuta, impensabile, a volte "orfana" di diagnosi. Non solo in classe. Nel corso di una conversazione, mentre si aspetta l'autobus, addirittura a tavola tra un boccone e l'altro. E che cosa si pensa di fronte a questi imprevedibili colpi di sonno. Non si pensa bene. «Il ragazzo fa le ore piccole». «E' annoiato da ciò che dico se si addormenta mentre parlo». «Finge, lo fa apposta». In realtà quel ragazzo soffre e molto. Nemmeno lui sa che cosa gli accade, si isola, ha difficoltà ad integrarsi, prova sensi di colpa, non è sicuro di sé (e come potrebbe?), tende alla depressione.
Il vecchio adagio secondo cui con una bella dormita passa tutto non ha trovato riscontri in uno studio dell’Università del Massachusetts pubblicato sul Journal of Neuroscience e anzi, andare a dormire dopo un’arrabbiatura o un evento particolarmente stressante, sembra che piuttosto ingigantisca il nostro disagio. D’altronde già duemila anni fa, nell’Epistola di Paolo agli Efesini del Nuovo Testamento al punto 4:27 si leggeva: «Il sole non tramonti mai sopra la vostra ira», una massima che ha trovato pieno riscontro scientifico nello studio dei ricercatori americani che hanno dimostrato come andare a dormire dopo un’esperienza emotiva negativa finisca per rafforzarla e cristallizzarla, tant’è che viene da pensare a quanto sia deleterio guardare alla TV un film dell’orrore prima di coricarsi piuttosto che vederne uno romantico o un bel documentario.
| Umberto Veronesi |