Friday 5 May 2012

Vestivamo da Superman - Bill Bryson

Vestivamo da Superman

di Bill Bryson pag. 145-151

Alle 7.15 del mattino ora locale del primo novembre 1952, gli Stati Uniti fecero esplodere la prima bomba all’idrogeno nell’atollo di Eniwetok (o Enewetak, o molte altre varianti) nelle isole Marshall del Pacifico del Sud, anche se in realtà non era una bomba e non era in alcun senso trasportabile. A meno che il nemico non avesse rispettosamente aspettato sul posto mentre noi costruivamo un’unità da ottanta tonnellate per raffreddare grandi quantità di deuterio e tritio liquidi, collegavamo diversi chilometri di cavi e vi attaccavamo decine di detonatori elettrici, non avevamo alcuna possibilità di far saltare in aria chicchessia.

Per far esplodere l’ordigno a Eniwetok ci vollero undicimila soldati e civili, sicché non era certo il genere di cosa che potevi sistemare sulla Piazza Rossa senza destare sospetti. La definizione corretta era «ordigno termonucleare ». Ciò malgrado, era enormemente potente. Poiché nulla di simile era mai stato provato in precedenza, nessuno sapeva quanto forte sarebbe stato lo scoppio. Anche le stime più prudenti prevedevano per un’esplosione di cinque megatoni una forza distruttiva superiore all’intera potenza di fuoco messa in campo da tutti gli schieramenti nella Seconda guerra mondiale, e alcuni scienziati nucleari pensavano che l’esplosione sarebbe potuta arrivare fino a cento megatoni — uno scoppio così fuori da ogni scala che la scienza poteva soltanto supporre quali sarebbero state le conseguenze. Una possibilità era che desse fuoco a tutto l’ossigeno nell’atmosfera. Ma chi non risica non annienta, come avrebbero potuto esprimersi al Pentagono, e così il mattino del primo novembre qualcuno accese la miccia e, come mi piace dipingermi la scena, se la diede a gambe.
Lo scoppio superò di poco i dieci megatoni, una cosa relativamente gestibile ma comunque sufficiente a radere al suolo una città cento volte più grande di Hiroshima, anche se ovviamente la Terra non ha città così grandi. Una palla di fuoco alta otto chilometri e larga sei e mezzo si levò nel giro di pochi istanti su Eniwetok, formando una nube a fungo che toccò il limite della stratosfera cinquanta chilometri sopra la Terra e si diffuse in ogni direzione per più di millecinquecento chilometri, scaricando una nevicata di cenere polverosa prima di dissiparsi. Era la cosa più grande di qualsiasi tipo mai creata da essere umano. Nove mesi dopo, i sovietici sorpresero le potenze occidentali facendo esplodere un ordigno termonucleare tutto loro. La corsa all’annientamento era cominciata, eccome. Ora eravamo davvero diventati la Morte, distruttrice di mondi. Sicché forse non è sorprendente che mentre tutto ciò accadeva io fossi a Des Moines, Iowa, e mi stessi silenziosamente cacando addosso. Avevo dieci mesi.

La cosa che faceva paura dello sviluppo della bomba non era tanto lo sviluppo della bomba quanto gli individui a cui era affidato lo sviluppo della bomba. Nel giro di poche settimane dallo scoppio di Eniwetok i pezzi grossi del Pentagono erano impegnati a escogitare modi per usare la loro creatura. Un’idea presa seriamente in considerazione fu quella di costruire un ordigno nei pressi della linea del fronte in Corea, indurre grandi quantità di truppe nordcoreane e cinesi ad avvicinarsi per dare un’occhiata e poi farlo esplodere.

L’onorevole Jahes E. Van Zandt della Pennsylvania, uno dei principali fautori della devastazione, promise che presto avremmo avuto un ordigno di almeno cento megatoni — quello che avrebbe consumato tutta la nostra aria respira- bile. Allo stesso tempo, Edward Teller, il semifolle fisico di origini ungheresi che era uno dei geni responsabili della bomba H, si stava inventando eccitanti usi pacifici per gli ordigni nucleari. Teller e i suoi accoliti della Commissione per l’energia atomica prevedevano l’uso della bomba H per consentire la realizzazione di enormi progetti di ingegneria civile mai concepiti prima: creare vaste miniere a cielo aperto dove un tempo si ergevano montagne, alterare a nostro favore il corso dei fiumi (facendo sì, per esempio, che il Danubio servisse soltanto i paesi capitalisti), far saltare irritanti impedimenti al commercio e alla navigazione come la Grande barriera corallina in Australia. Eccitatissimi, riferirono che soltanto ventisei bombe sistemate una dopo l’altra lungo l’istmo di Panama avrebbero scavato un canale migliore e più ampio più o meno all’istante, fornendo al tempo stesso un bellissimo spettacolo. Arrivarono perfino a suggerire di usare ordigni nucleari per alterare le condizioni atmosferiche terrestri modificando la quantità di polvere nell’atmosfera, bandendo per sempre gli inverni dagli Stati Uniti del Nord ed esiliandoli permanentemente nell’Unione Sovietica. Quasi di sfuggita, Teller propose di usare la Luna come gigantesco bersaglio per le nostre testate nucleari. Le esplosioni sarebbero state visibili dalla Terra con il binocolo e avrebbero offerto un sano divertimento a milioni di persone. In breve, i creatori della bomba all’idrogeno avrebbero voluto avvolgere la Terra in imprevedibili livelli di radiazioni, distruggere interi ecosistemi, spogliare la superficie del pianeta e provocare i nostri nemici a ogni piè sospinto. E questi erano i loro sogni di pace.

Ma ovviamente la vera ambizione era creare una ferocissima bomba trasportabile che avremmo potuto lanciare sui russi e su altri agenti irritanti dalle idee simili ogni volta che ne avessimo avuto voglia. Quel sogno divenne meravigliosa realtà il primo marzo 1954, quando l’America fece esplodere quindici megatoni sperimentali sopra l’atollo Bikini (un luogo tanto incantevole da dare il nome a un costume da donna) nelle isole Marshall. Lo scoppio superò abbondantemente ogni felice previsione. Il bagliore venne visto a Okinawa, a più di quattrocento chilometri di distanza. La pioggia radioattiva visibile si estese su un’area di undicimila chilometri quadrati, viaggiando nella direzione esattamente opposta a quella prevista. Stavamo diventando bravi non soltanto a produrre enormi esplosioni, ma anche a creare conseguenze che andavano al di là delle nostre capacità di controllo. Un soldato di base sull’isola di Kwajalein scrisse alla famiglia che aveva temuto che lo scoppio facesse volar via la sua camerata. «A un tratto il cielo si è illuminato di arancione ed è rimasto così per quelli che ci sono sembrati due minuti. Abbiamo sentito dei rombi sonori simili a tuoni. Poi l’intera camerata ha cominciato a tremare come per un terremoto. Subito dopo è arrivato un vento fortissimo », che aveva costretto tutti i presenti ad aggrapparsi a qualcosa di fisso per non volar via. E ciò accadeva a più di trecento chilometri dal sito dell’esplosione, sicché sa il cielo quale fosse stata l’esperienza di coloro che si trovavano più vicini, ed erano in tanti. Fra loro vi erano i semplici abitanti della vicina isola di Rongelap, a cui era stato detto di aspettarsi un bagliore e un sonoro scoppio appena prima delle 7 del mattino ma che non avevano ricevuto altri avvertimenti, nessun accenno al fatto che l’esplosione avrebbe abbattuto le loro case e li avrebbe resi permanentemente sordi, e nessuna istruzione su come affrontarne gli effetti collaterali. Quando la pioggia radioattiva cadde su di loro, gli isolani perplessi l’assaggiarono per vedere di cos’era fatta — sale, a quanto pareva — e se la spazzolarono via dai capelli. Nel giro di pochi minuti scoprirono di non sentirsi troppo bene. Nessuno di coloro che erano stati esposti alla pioggia radioattiva aveva molta voglia di fare colazione, quel mattino. Dopo qualche ora molti avevano una fortissima nausea ed erano coperti da un’abbondanza di piaghe, formatesi ovunque la cenere aveva toccato la pelle nuda. Nel corso dei giorni successivi cominciarono a perdere i capelli a ciocche e in alcuni casi a soffrire di emorragie interne.
La pioggia radioattiva sorprese anche ventitré confusi pescatori su un peschereccio giapponese chiamato, con un tocco d’ironia che non sfuggì a nessuno, Drago fortunato. Al loro arrivo in Giappone, molti membri dell’equipaggio stavano già male. La pesca venne scaricata da altri e immessa sul mercato, dove scomparve fra le migliaia di altri carichi arrivati quel giorno nei porti giapponesi. Nell’impossibilità di capire quale pesce fosse contaminato e quale no, i consumatori giapponesi evitarono il pesce per settimane, arrivando quasi a far naufragare l’industria ittica.
Come nazione, il Giappone ne fu tutt’altro che lieto. In meno di dieci anni aveva avuto lo sgradito privilegio di essere la prima vittima tanto della bomba atomica quanto di quella all’idrogeno, e ovviamente provava una punta di irritazione e chiedeva delle scuse. Noi rifiutammo di fargliele. Lewis Strauss, un ex venditore di scarpe che era diventato presidente della Commissione per l’energia atomica (era quel genere di periodo) rispose anzi insinuando che i pescatori giapponesi fossero in realtà agenti sovietici.

Gli Stati Uniti trasferirono sempre più esperimenti nel Nevada, dove come abbiamo visto la gente li apprezzava molto di più, ma le esplosioni non avvenivano soltanto alle isole Marshall e nel Nevada. Nei primi anni facemmo scoppiare bombe atomiche anche sull’isola di Natale e sull’atollo Johnson nel Pacifico, sopra e sott’acqua nell’Atlantico meridionale, nel New Mexico, in Colorado, in Alaska e (fra tutti i posti a disposizione) a Hattiesburg, Mississippi. Fra il 1946 e il 1962 gli Stati Uniti fecero esplodere in tutto poco più di mille ordigni nucleari, fra cui trecento all’aria aperta, scagliando tonnellate di polveri radioattive nell’atmosfera. E l’URSS, la Cina, la Gran Bretagna e la Francia ne fecero esplodere decine a loro volta. Si scoprì che i bambini, con i loro graziosi corpicini e il loro amore per il latte, erano particolarmente bravi ad assorbire e ritenere lo stronzio 90, il principale prodotto della pioggia radioattiva. La nostra attrazione per lo stronzio era tale che nel 1958 il bambino medio, che equivale a dire io e trenta milioni di altri piccoletti, aveva in sé una quantità di stronzio dieci volte superiore a quella dell’anno prima. Eravamo praticamente fosforescenti. E così gli esperimenti vennero trasferiti sottoterra, ma nemmeno questa fu una soluzione destinata a funzionare.
Nell’estate del 1962 la Difesa fece esplodere una bomba all’idrogeno seppellita nelle profondità del deserto di Frenchman Flat, nel Nevada. Lo scoppio fu così potente che il terreno circostante schizzò in aria fino a un’altezza di circa novanta metri ed esplose come una brutta vescica, lasciando un cratere largo duecentocinquanta metri. Le scorie arrivarono ovunque. «Alle quattro del pomeriggio» ha scritto lo storico Peter Goodchild, «la nube radioattiva su Ely, Nevada, a più di trecento chilometri dal sito dell’esplosione, era così densa che fu necessario accendere i lampioni stradali.» Una pioggia radioattiva visibile raggiunse sei stati occidentali e due provincie del Canada, anche se nessuno riconobbe ufficialmente il fiasco e la popolazione non venne avvertita di non toccare la cenere appena caduta o lasciarvi giocare i bambini. I dettagli dell’incidente rimasero segreti addirittura per due decenni, finché un giornalista curioso non si appellò alla legge sulla libertà d’informazione per sapere cos’era accaduto quel giorno.

Mentre aspettavamo che politici e militari ci dessero una vera terza guerra mondiale, i fumetti erano lieti di fornircene una immaginaria. Uscite mensili dai titoli come «Atomic War!» e «Atom-Age Combat » cominciarono ad apparire e a essere avidamente cercate dai conoscitori del Kiddie Corral. Ingegnosamente, le menti visionarie che stavano dietro a quei fumetti toglievano le armi atomiche ai generali e agli altri pezzi grossi e le mettevano nelle mani dei soldati semplici, consentendo loro di far saltare in aria orde inesauribili di cinesi e russi avanzanti con razzi atomici, cannoni atomici, granate atomiche e perfino fucili atomici dotati di proiettili atomici. Proiettili atomici! Che idea! La carneficina era eccitante. Gli esperimenti nucleari toccarono il picco più alto e rumoroso nell’ottobre del 1961, quando i sovietici fecero esplodere un ordigno da cinquanta megatoni nel nord artico del paese. (Cinquanta megatoni sono l’equivalente di cinquanta milioni di tonnellate di TNT, più di tremila volte la potenza della bomba atomica su Hiroshima del 1943, che in totale uccise duecentomila persone.) Le armi nucleari nella fase più acuta della Guerra Fredda erano sessantacinquemila. Oggi ce ne sono circa ventisettemila, tutte enormemente più potenti di quelle lanciate sui Giappone nel 1945, divise fra forse nove paesi diversi. Più di cinquant’anni dopo i primi esperimenti atomici, l’atollo Bikini rimane inabitabile. (N.d.A.)
Finché Lady Asbesto non si introdusse nella mia vita, catturando il mio giovane cuore e i miei lombi nervosi, i fumetti sulla guerra atomica furono la miglior forma di intrattenimento esistente.

In ogni caso, negli anni Cinquanta la gente aveva cose molto peggiori della distruzione atomica di cui preoccuparsi. Doveva preoccuparsi della pollo. Doveva preoccuparsi di stare al passo con i vicini di casa. Doveva preoccuparsi del fatto che i negri avrebbero potuto arrivare nel quartiere. Doveva preoccuparsi degli ufo. E soprattutto doveva preoccuparsi degli adolescenti. Gli adolescenti divennero la paura numero uno dell’America anni Cinquanta.
Esseri umani sgradevoli e parzialmente cresciuti esistevano ovviamente da tempo immemorabile, ma l’adolescenza come fenomeno sociale era una cosa nuovissima. (La parola teenager era stata coniata soltanto nel 1941.) E così, quando gli adolescenti cominciarono a diventare visibili sulla scena, simili alle creature mutanti di uno degli eccezionali film di fantascienza del periodo, gli adulti diventarono inquieti. Gli adolescenti fumavano, rispondevano male e limonavano sui sedili posteriori delle auto. Usavano termini irrispettosi nei confronti di chiunque fosse più vecchio di loro, come «papà » e «paparino ». Facevano sorrisetti ironici. Facevano continui giri in macchina attorno al vicino quartiere commerciale. Passavano fino a quattordici ore al giorno a pettinarsi. Ascoltavano il rock’n’roll, un genere di musica scatenata chiaramente studiata per istigare nei giovani il desiderio di fornicare e fumare erba. « Sappiamo che molti rockettari sono fumati» scrissero gli autori del popolare « USA Confidential » sfoggiando un fiero uso…