Friday 5 May 2012

Chi tiene d’occhio la bottega?

Kery Mullis
Kery Mullis
Quando eravamo piccoli, pensavamo che i nostri genitori si occupassero di tutto. E a volte lo facevano. Da adulti, ci piace pensare che ci siano degli individui molto saggi — solitamente più anziani di noi — che si occupano del pianeta e di noi. Grazie a questa pia illusione, un sacco di gente si guadagna da vivere facendo finta di fare proprio questo. Sarebbe ingenuo pensare che le persone che lavorano in agenzie governative che si devono occupare delle nostre esigenze, o anche in fondazioni no profit dai nomi altisonanti — abbiano un atteggiamento altruistico nei nostri confronti. Loro non condividono i nostri geni. Non sono i nostri genitori.

Si occupano dei loro imperativi biologici e delle loro personali esigenze. Riusciamo a ottenere attenzione solo quando le loro e le nostre esigenze si sovrappongono. Solo una volta ogni tanto — per esempio, in tempo di guerra — ci facciamo forza a vicenda. Il generale e le truppe hanno un identico ed evidente interesse nell’evitare di essere annientati dal nemico. In tempo di pace non succede spesso che le forti pressioni verso il successo biologico individuale — la vita, la libertà e la ricerca della felicità — combacino con quelle per la sopravvivenza del gruppo. Nessuno si prende cura dei nostri interessi specifici: né la Chiesa, né il presidente, neanche Madre Teresa, nonostante la cristianità, Greenpeace e tutte le altre greenqualcosa, Dobbiamo far conto su noi stessi, come sempre.

Non è una novità del XX secolo. L’amministrazione costituzionale degli Stati Uniti è stata fondata con l’idea che il governo venisse controllato, e le sue azioni vagliate. Gli estensori di quel documento avevano senso pratico e sapevano che non possiamo contare sempre sul fatto di avere re o presidenti saggi che agiscano nell’interesse nel Paese. Abbiamo bisogno di due o più organismi govemativi che si muovono in parallelo, in competizione tra loro, all’interno di un sistema amministrativo capace di impedire a un governo di diventare incontrollabile e quindi rendere necessaria un’insurrezione armata per abbatterlo. È il meglio che possiamo fare date le circostanze, e finora ha funzionato abbastanza bene. Ma stanno insorgendo problemi nuovi.

Ciò che è successo in questo secolo è che il mondo sta diventando sempre più complicato. Numerose funzioni amministrative si sono estese a settori molto tecnici che possono essere tenuti d’occhio solo con grande difficoltà da quanti sarebbero interessati a farlo.

Il National Institute of Heakh è uno di questi carrozzoni, un altro è l’Environmental Protection Agency. La National Oceanic and Atmospheric Administration assume gente che fa carriera parlandoci degli ipotetici effetti degli aerosol solfati, come se esistesse un collegamento reale e scientificamente dimostrato tra il rilevamento dei solfati e il clima nel prossimo millennio. L’Ufficio Brevetti è un altro casino burocratico, la Federal Reserve Board è un putridume di cattivo gusto: nessuno che lavori lì si deve preoccupare troppo dei tassi di interesse. Come facciamo a trasferire lo spirito del «vaglio» e del «controllo» a una sconfinata massa di stronzi senza nome che passa la vita, limitandosi spesso solo ad arricchirsi, svolgendo Dio sa quante mansioni tecniche?

Quando il congresso approva una legge che contrasta con l’attuale interpretazione della Costituzione, la Suprema Corte di solito capisce cosa sta succedendo, e la annulla. Ma quando il National Institute of Health fa un annuncio, attraverso uno dei suoi tanti portavoce, chi controlla la fondatezza di quelle affermazioni? È difficile poter contare su vagli e controlli in una comunità scientifica sostenuta dall’esterno da una plebe ignara di nozioni scientifiche.

So che si tratta di una risposta sgradevole e inefficace: se paragonato a una benevola monarchia, anche un sistema di governo tripartito risulta inefficace, Ma sono anche consapevole che fino a quando ci consentirà di tirare avanti bene, qui nelle colonie, lo sopporteremo. In effetti siamo ottimisti, e non abbiamo fretta di andare da qualche altra parte. Io non conosco la risposta, ma so che «fidatevi di noi: siamo qui per esservi utili» non è, e non è mai stata, una risposta credibile. Nella mia ingenuità, fino al 1968 ho creduto che il mondo fosse un posto sicuro. Ero convinto che fosse custodito da una élite di provata saggezza cui era stato affidato il compito di proteggere noi e il pianeta. E speravo che io, un coscienzioso ventiduenne che amava imparare e insegnare, sarei riuscito un giorno a far parte di quella élite. All’inizio dell’anno proposi un mio articolo alla più prestigiosa rivista scientifica del mondo, «Nature», pubblicata a Londra. Lo intitolai L’importanza cosmologica dell’inversione del tempo, un titolo che mi sembrava molto astuto. Era una descrizione — basata sulla mia esperienza e immaginazione — dell’intero universo, dall’inizio alla fine. Era una di quelle cose intuitive che dovevano essere presentate come un’ipotesi sperimentale, in conseguenza del fatto che io ero limitato esperienzialmente al «qui e ora» e che la mia esperienza come cosmologo era in qualche modo limitata. Stavo frequentando il secondo anno di specializzazione in biochimica a Berkeley, avevo letto un bel po’ sull’astrofisica, e avevo assunto alcune sostanze psicoattive che avevano ampliato la mia percezione del cosmo. Non erano ragioni valide per ritenere che una rivista scientifica internazionale desiderasse pubblicare il mio punto di vista per edificare il proprio dottissimo pubblico. L’articolo fu accettato. Ricevetti un mucchio di lettere da tutto il mondo, in cui mi si chiedeva di ristamparlo. All’inizio fui entusiasta delle reazioni. Nature Times News Service (un’agenzia di stampa internazionale, N.d.T.) diffuse un pezzo che cominciava così: «Sembra fantascienza della più fantasiosa. Ma uno scienziato americano si dice seriamente convinto che metà della materia che compone l’universo vada indietro nel tempo». Una signora di Melbourne mi spedì l’articolo insieme a una lettera chiedendomi di autografarlo. Più avanti, nell’articolo, mi citavano come «Il dottor Kary Mullis dell’Università della California». Cominciai a preoccuparmi: decisamente, nel mondo della scienza c’era qualcosa che non funzionava.

Non avevo un dottorato, ero solo uno studente che aspirava a ottenerlo. Chi era stato a promuovermi? Perché le agenzie avrebbero dovuto riprendere l’articolo e pubblicano sui giornali di tutto il mondo? Non ero davvero un astronomo qualificato: cosa ne sapevo io dell’universo? Fu allora che diventai adulto. Persi il mio antico convincimento che ci fossero persone più sagge e più anziane di me che tenevano d’occhio la bottega. Se ci fossero state, non avrebbero consentito che il mio primo articolo da studente sulla struttura dell’universo fosse pubblicato sulla più prestigiosa rivista scientifica del mondo. Anni più tardi inventai la reazione a catena della polimerasi. Ero uno scienziato professionista, e sapevo bene cosa avevo scoperto. Non erano le speculazioni di un ragazzino sull’universo e l’inversione del tempo, ma una procedura chimica che avrebbe reso le strutture delle molecole che compongono i nostri geni visibili come tabelloni pubblicitari nel deserto e maneggevoli come soldatini di piombo. La PCR non richiedeva una strumentazione costosa, ed era in grado di individuare e moltiplicare minuscoli frammenti di DNA. E di farlo velocemente. Una simile procedura sarebbe stata preziosa per diagnosticare malattie genetiche esaminando la mappa genetica di un individuo, ma anche per scoprire patologie infettive, individuando i geni di agenti patogeni difficili o impossibili da coltivare in vitro e per risolvere casi di omicidio analizzando i campioni di DNA presenti in materie come sangue, sperma o capelli. Anche la paleobiologia molecolare avrebbe prosperato grazie alla PCR: sarebbe stato possibile indagare il processo evolutivo sulla base del DNA presente in antichi reperti. Lo studio del DNA fossile e di quello degli esseri umani di oggi avrebbe consentito di indagare le ramificazioni e le migrazioni delle antiche razze umane. E quando avessimo finalmente trovato del DNA su altri pianeti, sarebbe stata la PCR a dirci se noi eravamo già stati là, oppure se la vita su altri pianeti aveva seguito un suo percorso autonomo e indipendente da noi. Sapevo che la PCR si sarebbe diffusa in un lampo. E questa volta non avevo dubbi: Nature» avrebbe pubblicato il mio articolo. Invece lo respinsero. E lo respinse anche «Science», la seconda rivista più prestigiosa al mondo: suggerirono che forse il mio lavoro avrebbe potuto essere pubblicato da qualche rivista minore, dato che non lo ritenevano adeguato alle esigenze dei loro lettori. «Si fottano», dissi.

Passò un bel po’ di tempo, prima che il mio disgusto nei confronti delle riviste si attenuasse. Finii con l’accettare l’offerta di Ray Wu di pubblicare la ricerca in un volume che stava curando, intitolato Methods in Enzymology. Lui si era reso conto delle potenzialità della PCR. Questa esperienza mi insegnò un paio di cose, e mi fece crescere un altro po’. Non ci sono saggi seduti lassù a contemplare il mondo dall’osservatorio privilegiato dei loro ultimi venti anni di vita, assicurandosi che la cultura da loro accumulata venga utilizzata. Dobbiamo farcela contando solo sulla nostra intelligenza. E dobbiamo tenere presente — quando qualcuno annuncia al telegiornale che la temperatura globale sta aumentando, che gli oceani si stanno trasformando in fogne o che metà della materia esistente sta andando indietro nel tempo che i media sono alla mercé degli scienziati che hanno l’abilità di mobilitarli, e che gli scienziati dotati di questa capacità spesso non tengono d’occhio la bottega. Più probabilmente, tengono d’occhio il loro stipendio.

Kery Mullis - Ballando nudi nel campo della mente. Le idee (e le avventure) del più eccentrico tra gli scienziati moderni.